Miami Airport il nuovo singolo dei Octopuss

"Miami Airport" Il brano d'esordio degli Octopuss. La Band italiana che ha spopolato in Cina con più di 200 concerti.

  • Ciao, come state e come state attraversando questo periodo complicato?

Sicuramente, come dici, questo è stato un periodo molto complicato: nessuno era preparato ad un disastro del genere, su scala mondiale, e sinceramente nessuno poteva immaginarsi dopo un anno e mezzo di non esserne ancora usciti.

Negli ultimi anni precedenti all’epidemia, ci siamo abituati a non stare mai fermi: poter portare la band dal vivo sin dall’altra parte del mondo, anche se è cosa assai stancante, è molto gratificante, e devo ammettere che soprattutto i più recenti tour asiatici erano andati molto bene! Per cui una volta precipitati in questa situazione, con il primo lockdown, abbiamo sentito un forte peso addosso: vedevamo inizialmente l’annullamento dei concerti in Oriente e successivamente tutte le situazioni live anche in Italia si sono paralizzate, cogliendo tutti impreparati. L’estate 2020 è trascorsa pervasa da incertezze, poi in Italia si è ripiombati nel baratro, mentre da settembre in Cina stava già attuandosi una lenta ripresa e riapertura, che coinvolgeva anche manifestazioni ed eventi di musica dal vivo. Speravamo pertanto di poter cogliere l’occasione di tornare a suonare in Asia già ad inizio autunno, dove ci attendevano per importanti festival, ma le band europee  non erano ammesse – e tuttora non lo sono – poiché i numeri europei erano ancora troppo alti: il Governo e i “Cultural Bureau” delle Province cinesi hanno deciso di escludere le performance di artisti internazionali in Cina per il momento.

Guardandoci intorno, poi, abbiamo potuto constatare che per tutti i musicisti, e non solo ovviamente, di tutto il mondo è stato un periodo difficilissimo: l’immobilità forzata unita ad una ancora più grave mancanza di prospettive certe sulle tempistiche di ripresa ha mandato il settore in crisi, e molti “colleghi” ed amici sono finiti letteralmente in depressione, altri sul lastrico. Lasciamo a differenti contesti le dissertazioni politiche ed interventiste a difesa della categoria, ma sicuramente l’ultimo anno ha lasciato dei solchi indelebili nelle vite di tutti. Per quello che ci riguarda abbiamo tentato di rispondere, per quanto possibile, in modo positivo a questa situazione e di approfittare dell’impossibilità di muoverci e di fare concerti per lavorare su nuovo materiale, tenendo duro. Ora, che inizia a sentirsi una tenue aria di riapertura, non vediamo l’ora che si possa tornare a suonare dal vivo, ovunque, che è la cosa che amiamo e ci manca di più.

  • Un migliaio di date fatte. Sono quasi tre anni sul palco...che esperienza è quella di vivere esclusivamente di live continuando a girare il mondo?

E’ un’esperienza che appunto amiamo molto. Adoriamo essere in giro per il mondo a proporre dal vivo la nostra musica: abbiamo avuto occasione di girare parecchio e questo era il nostro sogno già dalle stesure delle prime canzoni. Volevamo portare la nostra visione musicale anche fuori dai confini italiani, ovunque fosse possibile, e proprio per questo abbiamo scelto sin dal primo momento di scrivere i testi in lingua inglese, anche se eravamo ben consci che la strada sarebbe stata più dura e difficile.

Dopo aver cominciato facendoci le ossa con una lunga serie di concerti in tutta Italia, abbiamo deciso innanzitutto di vedere i luoghi e suonare sui palchi dove il rock era nato e veniva respirato ogni giorno, volevamo “misurarci” con le band locali in America ed in Inghilterra. Così, abbiamo deciso di partire per un primo tour negli States, interamente organizzato con le nostre forze; appena tornati dagli U.S.A., i rumors sulla band hanno raggiunto anche Londra, e siamo stati invitati a suonare in alcuni club della storica città inglese. La soddisfazione per il lavoro svolto cresceva, e maturava la confidenza nei nostri mezzi: sentirsi in giro per il mondo a condividere spesso il palco con band americane e inglesi ci faceva “crescere” esponenzialmente sotto tutti i punti di vista.

Tornati negli Stati Uniti, avendo già avuto occasione di suonare sia nella East Coast che nella West Coast, due mondi e “scene” molto diverse tra loro, abbiamo scelto di trattenerci e battere a tappeto a suon di live la California, esibendoci spesso a Los Angeles e nei suoi vasti dintorni. “Cat Club” e “Viper Room” sono solo due dei tanti locali toccati, ma certo dal nome più altisonante. In America siamo poi tornati altre volte, ed è proprio in una di queste occasioni che sono avvenute le registrazioni dell’ultimo disco. Così viaggio dopo viaggio, tour dopo tour, siamo diventati una delle poche realtà indipendenti italiane a poter contare quasi un migliaio di concerti tenuti in tre continenti: Europa, Nord America e Asia, e la cosa fa un po’ effetto anche a noi.

Suonare in Paesi differenti, regala sensazioni differenti. Se devo descrivere le sensazioni che colleghiamo ai live californiani, ad esempio, posso dire che ogni concerto in California ti lascia addosso un’adrenalina particolare, perché sai che stai performando nella terra dei top players, sugli stessi palchi che hanno calcato i tuoi idoli prima di te. E’ una sensazione talmente forte che a volte può sorprenderti anche in un bar, in un club, in un motel del Sunset Boulevard, e perfino in un negozio di chitarre, quando riconosci un dettaglio che magari era presente in un vecchio poster che avevi da adolescente appeso alla parete, o sulla copertina di un vinile che avevi consumato a furia di ascolti. In America, condividendo il palco con le più disparate band locali – a prescindere dal fatto che i singoli componenti suonino più o meno bene - ti accorgi subito che hanno una determinazione incredibile sul palco e hanno ben chiaro  il concetto di come si costruisce uno show.

In Cina, le emozioni non sono state di certo da meno. Innanzitutto si tratta di un salto culturale ben superiore: interfacciarsi con l’estremo Oriente, soprattutto all’inizio, è stata cosa non da poco. Le barriere culturali e linguistiche sembravano essere infatti insormontabili: eravamo ormai abbastanza ferrati su cultura e modus operandi degli addetti ai lavori e dei fan europei e statunitensi, ma, senza che nessuno di noi tre parlasse una parola di cinese, abbiamo dovuto preparare con dedizione doppia i primi tour in Cina, accettando di buon grado la nuova e difficile sfida in Oriente, ma senza realmente sapere cosa aspettarci. Superate le difficoltà e gli ostacoli iniziali, abbiamo ricevuto una risposta incredibile da parte del pubblico cinese, e, tour dopo tour, abbiamo conseguito il primato di essere diventati la band europea che ha tenuto più concerti in Cina negli ultimi 5 anni, abbiamo concluso ben dieci tour su suolo cinese, abbiamo suonato in tutte le livehouse più famose del Paese e sopratutto abbiamo avuto occasione di esibirci in più edizioni dei festival più grandi e prestigiosi del Sol Levante, davanti a diverse migliaia di persone.

Questa esperienza, che lascia addosso emozioni impagabili, ha richiesto ovviamente dei sacrifici: bisogna accettare tutto quello che comporta, nel bene e nel male, anche a livello di disagi e di adattamento, che essendo in tour, richiedono tempi di risposta molto veloci. La vita in tour, dico la verità, può essere a volte molto stancante: per quanto riguarda i tour asiatici, ad esempio, la tabella di marcia prevedeva spesso una data al giorno per 30 e a volte 40 giorni di fila, con distanze importanti da coprire tra un concerto e l’altro. Abbiamo dovuto lottare con jet-lag, malesseri fisici talvolta dovuti al cibo locale, con il gelo dei mesi invernali delle regioni più a nord e il caldo torrido di quelle a sud, con malfunzionamenti degli strumenti danneggiatesi in viaggio, con una serie di discomfort incredibili dovuti ai viaggi e agli alloggi, che, soprattutto nei primi tour, si avvicendavano tra improbabili spostamenti in treni e bus di terza classe stracarichi di persone a tratte in aereo o sui famosi e futuristici treni ad alta velocità cinesi, hotel di quart'ordine si alternavano a residenze superluxury: il tutto in un modo assolutamente impossibile da prevedere. Una sensazione che ricordo forte di quei primi tour è il senso pionieristico dell’attività che stavamo svolgendo: non eravamo circondati da molte altre band occidentali in tour in Cina, ed in alcune città tra le più sperdute che abbiamo toccato, eravamo probabilmente i primi “occidentali” ed essersi esibiti suonando rock. Così, viaggio dopo viaggio, assestandosi sempre più le cose, abbiamo sentito in modo sempre più nitido la sensazione che stavamo portando con successo la nostra musica lontano, molto lontano, come era nel sogno da cui tutto era partito, e la cosa ci risultò doppiamente gratificante dacchè vedevamo che anche così lontano veniva molto apprezzato il nostro lavoro. Questa è la motivazione che regge ogni viaggio, e ci piace un sacco.

L’emozione di salire sul palco è sempre una cosa che adoriamo, sia che l’esibizione sia in Italia, sia che sia all’estero; ma forse all’estero ci divertiamo un pò di più, anche perché il concetto di essere in tour diventa pieno e totalizzante… Una volta tornati a casa, scendere dalla giostra non è sempre così facile: si rimane per qualche giorno in una sensazione di “sospensione”, tra la vita che prevede un viaggio, un hotel ed un concerto al giorno e la vita ordinaria di tutti i giorni prima del tour, e far scendere l’adrenalina e riprendere l’adattamento al quotidiano richiede qualche tempo: e la domanda è sempre la stessa… come trascorrevamo le giornate prima di partire?

  • Nessun posto è casa vostra, ma quando vi sentite realmente a casa?

Credo di poter dire che il palco, a conti fatti, è ciò che sentiamo essere la nostra casa. E’ il luogo a noi più congeniale, il nostro habitat naturale, dove possiamo dare libero sfogo a tutto quello che abbiamo dentro. Abbiamo avuto modo di suonare, come detto, in disparati Paesi e devo dire che anche quando ci troviamo a migliaia di chilometri di distanza dalle mura domestiche, una volta sul palco ci sentiamo sempre come “a casa”. E’ una sensazione difficile da spiegare. Ci è capitato più volte di essere dall’altra parte del mondo, stanchi, affamati, a volte pure mezzi malati, ma una volta saliti sul palco si accende qualcosa che ci è molto familiare: le luci, noi tra gli amplificatori e il pubblico, a sudare e dare tutto, si fa lo show e il pubblico risponde, è uno scambio di energie incredibile, è la nostra cura per tutto, e molto spesso riteniamo che sia il vero motivo per cui facciamo questo mestiere. Il palco, quindi, ha per noi il sapore di casa, di comfort, a prescindere dal Paese che sta ospitando il nostro show, e ci fa sentire magnificamente bene.

  • Energia allo stato puro è il vostro singolo “Miami Airport” e ti da proprio la sensazione di essere in quel luogo. Quanta ricerca è nel ricreare musicalmente una situazione in un luogo specifico?

Molto spesso i nostri brani nascono jammando e sudando per ore in sala prove, e questo è il modo in cui è nata anche Miami Airport. Tendenzialmente durante la scrittura dei brani tentiamo di non “ispirarci” a nessuno in particolare, e senza porci limiti o paletti, per quanto ci è possibile, diamo libero sfogo alla creatività e alla ricerca, lavoriamo nell’ottica della creazione di un sound che rispecchi appieno la nostra visione sonora di quel dato momento, per cui risulta alla fine caratterizzato e crediamo identitario. Nel caso di Miami Airport volevamo appunto un risultato molto energico: ma nessuno dei tre si è seduto in casa propria e ci ha pensato su “a tavolino”. L’energia che si sente nella registrazione, rispecchia l’energia di noi tre mentre componevamo il brano, molto ruvida e selvaggia, ed è a medesima energia di quando lo interpretiamo dal vivo.

Così, per mantenere quella stessa enfasi e naturalezza degli elementi, le registrazioni, avvenute ai leggendari Shangri-La Studios di Malibu in California, sono state effettuate suonando, come dal vivo, insieme nella stessa stanza, proprio nell’ottica di catturare l’energia che la band è abituata a sprigionare durante i concerti, ad eccezione delle riprese vocali, che era impossibile effettuare ponendo microfoni “vocali” nella medesima room a causa dei volumi esagerati, e dei successivi interventi di tastiere e fiati, effettuati dall’amico Enrico Garbrielli (The Winstons, Calibro 35, …), che sono avvenuti a Milano.

Il brano, che possiede anche per noi una carica particolare, è un punto fermo di ogni nostra esibizione dal vivo.

  • Avete condiviso il palco con band leggendarie. Cosa si prova e si riesce ad abituarsi?

Abbiamo “aperto” i Deep Purple in Italia, allo Stadio Mirabello di Reggio Emilia, e gli Scorpions in occasione di una tappa del loro tour mondiale allo ChangJiang International Music Festival in Cina, Xie Tianxiao, più volte in Cina, e la leggenda rock cinese Cui Jian al MIDI festival Shaoxing, sempre su suolo cinese.

Che dire? Un’esperienza magnifica, tutte le volte. La situazione tecnica è meravigliosa, palco gigantesco, luci, led, maxischemi e difronte a te migliaia e migliaia di persone: cosa desiderare di più?

Per quanto riguarda Deep Purple e Scorpions, nomi sicuramente più altisonanti qui in Occidente, possiamo dire che suonare sul palco subito prima di icone rock mondiali di quel calibro per un musicista italiano è sempre una cosa impagabile. Se devo descrivere le due esperienze, credo che quella in Cina con gli Scorpions, a prescindere dal fatto che il pubblico era cinque volte tanto rispetto a quello presente allo Stadio Mirabello, ci abbia lasciato addosso un’adrenalina ed una soddisfazione superiore. A causa di una coincidenza aerea persa siamo arrivati praticamente diretti al linecheck dall’aeroporto, non dormendo da due giorni eravamo esausti: saliti sul palco, vedere quella fiumana di gente urlante difronte a noi ha azzerato ogni stanchezza. Abbiamo percepito in quel frangente che è cosa molto diversa in sostanza essere la band “locale” che apre una star internazionale che fa tappa nel proprio Paese; fu così con i Deep Purple: noi italiani aprivamo il loro show in Italia. Con gli Scorpions, invece, si trattava di un festival internazionale: eravamo anche noi una “band straniera”, posta subito prima di un’altra “band straniera”, e venivamo percepiti in un modo completamente diverso sia dai media locali, che dal pubblico, e perfino dai tecnici sul palco.

E riguardo all’abituarsi ad esibizioni del genere, ecco, noi ci siamo abituati benissimo: e anzi non vediamo l’ora di poter rivivere queste emozioni magnifiche.

  • Quale è una ambizione musicale che avete?

Non abbiamo ambizioni particolari riguardo al futuro, ma sicuramente vogliamo fare crescere il progetto sotto tutti i punti di vista, proseguendo nel nostro percorso e portando tutti gli elementi ad un gradino più alto. E’ naturale quindi che desideriamo che il prossimo disco sia migliore del precedente, che i tour a venire siano migliori di quelli passati e che sia possibile curarne maggiormente ogni dettaglio; desideriamo anche mettere in essere nuove collaborazioni - che è sempre una cosa che ci stimola molto – e poter duettare con artisti che stimiamo, tanto in Occidente quanto in Oriente. Sicuramente, poi, vogliamo riprendere a suonare il più possibile, anche in Paesi dove ancora non ci siamo mai esibiti. Ecco, sarebbe divertente poter un giorno unire tutti i luoghi dove siamo stati in concerto, in un tour mondiale unico e ben congegnato, e magari appunto aggiungere alle date nei continenti che abbiamo già toccato altre esibizioni in Paesi e continenti dove ancora non abbiamo avuto modo di “esportare” la nostra musica.

Aldilà delle ambizioni, abbiamo comunque molti progetti in cantiere: ora però non è ancora tempo di svelarli. Ne faremo delle belle. Stay tuned!

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