mostri giorgieness

E' uscito il nuovo album di Giorgieness "Mostri" Un disco che parla di amore in tutte le sue forme, ma anche di dolore e di prepotente rinascita.
  • Ciao Giorgia, come stai e come ti senti? Hai fatto uscire un disco a cui tieni molto…


Spero di non farne mai uscire di diversi! (rido)

Rispondo oggi che è proprio il giorno di release, sono frastornata, mi sembra di non ricordami come si fanno queste cose, quasi fosse il primo album. 

Forse come per tutte le emozioni grandi, mi ci vorrà un po’ per capire che è uscito davvero e che ora c’è solo da fare in modo che lo ascoltino più persone possibili.

Per oggi mi faccio coccolare dalle cose bellissime che mi stanno scrivendo e provo a restare concentrata! 


  • Quando ho sentito “Mostri” (il singolo, che poi ha dato il nome all’album) sono

rimasto elettrizzato per due motivi: il primo perché ho pensato “Cavoli, siamo arrivati

ad Halloween” (ride) e l’altro perché penso ci sentiamo tutti un po’ “mostri” perché

credo abitiamo tutti nel buio e talvolta ci abbiamo fatto abitare pure gli altri,

inconsapevolmente, non accendendo la luce.


Ma infatti si, io ho voluto dedicarlo davvero tutti quelli che arrivano sempre secondi, a quelli che nelle relazioni arrancano sempre, a chi pensa di occupare troppo spazio, a chi non pensa di averne uno dove essere se stesso.

A chi della propria sensibilità, della propria fragilità che spesso è fonte di dolore ha fatto l’unica certezza della sua vita: sono umano, sbaglio, vinco, perdo, vivo. 

Parlo di noi, perché dei vincenti parlano tutti, di quanto è bello essere i numeri uno, di quanto la forza d’animo sia un valore. Sono tutte cose molto lontane da me, forse anche io avevo bisogno di tracciare un confine tra quello che sono e quello che non posso più essere.

E non posso più essere la persona che si lascia distruggere e che per non fare male a nessuno finisce sempre per fare male a se stessa. 

Non posso più ossessionarmi nella paura di quello che gli altri possono pensare: io sono questa, pacchetto completo, dentro o fuori. 

Del resto io, gli altri, li ho sempre accettati esattamente come sono senza tentare di cambiarli, al massimo di capirli. 

Mi aspetto semplicemente lo stesso trattamento. 

Siamo mostri, viva i mostri! 



  • Il giardino del torto mi ha affascinato subito, anche dal titolo. Quella presunzione di

essere sempre corretti, bravi, belli e, alla fine, anche noi siamo un bellissimo giardino

che ha però anche delle erbacce incolte. Pensi che la vulnerabilità sia accettarlo e

conviverci? E la parola “intimità” sta nell’aprire le porte di quel giardino?


Si collega molto a quello che dicevamo prima, assolutamente si, hai centrato il punto del pezzo. 

Credo che accettarlo e conviverci sia la cosa più forte che possiamo fare per noi stessi. In quel giardino non si lascia entrare chiunque e più si cresce più il fiuto per l’altro si affina: ad oggi riesco a sentirmi vicinissima a qualcuno che ho appena incontrato e distante anni luce da persone che conosco da una vita. 

Semplicemente perché c’è una parte di noi che fa paura anche a noi, che ci fa vergognare, che ci fa dire “chissà gli altri se sapessero cosa mi passa davvero per la testa”. 

Solo che anche quella parte ha dignità e talvolta capita che qualcuno riesca a vederla e a volerci bene anche e soprattutto per quella. 

Li c’è la magia, allora beviamoci qualcosa alla nostra, non fingiamo, viviamoci tutto. 


  • In “Maledetta” parli del “plasmare la rabbia in determinazione”...e io penso di avere

capito a cosa ti riferisci. Quanto fuoco dentro c’è in questo momento Giorgia? E

quando è stato il preciso momento che hai capito che la rabbia non è solo un

qualcosa di spiacevole ma può essere anche la nostra salvezza?


L’ho capito quando mi sono imposta di smettere di provare invidia e rancore. 

È successo tantissimi anni fa, un percorso lunghissimo che a volte vede ancora delle cadute, ma sempre meno.

Forse però il momento in cui ho messo la rabbia nel cassetto è stato quando mi sono ritrovata soffocata da me stessa e dall’aver lasciato che altri decidessero per me.

Ho mollato tutto e tutti e mi sono lanciata dal quinto piano. 

Sono caduta su una tenda da sole, per fortuna. 

Li ho capito che potevo odiare chi mi aveva portata lontana da me stessa, dalla mia musica e dalla mia immagine oppure potevo salutare con un sorriso dalla finestra e ricostruirmi.

Tassello per tassello, totalmente da sola inizialmente e oggi felicemente circondata da una nuova famiglia, ho costruito una nuova squadra e una nuova Giorgieness che in realtà è la stessa di quando ho preso in mano una chitarra a sei anni per scrivere una canzone su mio padre che andava a vivere lontano. 

Vorrei davvero che fosse sempre quella Giorgia a scrivere le canzoni, è l’unica che lo sa fare. Per altro io sono una che si arrabbia ma urla solo se c’è una chitarra distorta e una batteria fortissima. Nel senso che non so arrabbiarmi nella vita, al più mi rendo ridicola e poi mi odio, perché attacco e chiedo scusa, non so mantenere il punto, vorrei che le discussioni durassero dieci minuti e poi fosse sempre tutto chiaro. 

Non è un sentimento che so gestire, lo butto solo su me stessa alla fine. 

C’è ho preferito concentrarmi sul resto delle emozioni, ed eccoci qui. 



  • In “Anima in piena” ci sento liberazione. Quella liberazione del dire “mi sono mostrata e tu altrettanto”...cosa hai provato quando hai scritto questo pezzo?


Gioia, penso che a differenza della base un po’ tristona, sia una canzone luminosa, con gli occhi lucidi e un abbraccio pronto. 

Credo che sia umanamente una delle sensazioni più belle che abbia mai provato, scrivere finalmente col sorriso di qualcosa che per anni mi aveva letteralmente dilaniata. 



  • Avrai sentito la frase “Sei Gilda” un milione di volte. Quanto vuoi urlare al mondo

“ERO” e finalmente essere pronta ad assorbire, accogliere ed affrontare tutto perché

ormai sai chi sei veramente e non hai più paura di mostrarlo?


In realtà ora è proprio il fatto di essere una Gilda che mi viene voglia di urlare! 

C’è tanto del mio rapporto con gli uomini in questo brano, quel copione che mi è stato messo in mano da ragazza è praticamente sempre lo stesso: mi conoscono, mi idealizzano, mi prosciugano e se ne vanno. 

Forse perché amo i narcisisti? Sicuramente si, ci sto lavorando in terapia! 

Scherzi a parte, che poi tanto scherzi non sono, uscire da quel copione, avere una relazione sana, vedere col giusto distacco le esperienza passate ha cambiato la visione di me stessa da me stessa. 

Ma soprattutto ho smesso di lasciarmi definire da persone che non hanno idea di cosa voglia dire volere bene, figuriamoci amare qualcuno. Ho smesso di credergli quando mi danno della pazza, perché in realtà io non sopporto l’incertezza, l’indecisione, la fuga. Lo trovo un modo becero per tenere una persona legata senza scegliere mai. 


  • “Quello che vi lascio” è un pezzo sincero, senza filtri e parla di tempo. Se si indossa

l’armatura...quanto tempo ci resta?


Non penso che le armature siano un male tout court, a volte bisogna anche solo parare i colpi e ricostruirsi, vivere con il cuore sempre ai quattro venti sarebbe utopistico! 

Però di base è con se stessi che bisogna essere onesti, ho il ricordo di una conversazione fatta un po’ prima di scrivere questo brano in cui fondamentalmente ho capito che stavo andando troppo lontana da me.

Ad un certo punto avevo mischiato il lavoro di coscrittura per altri che avevo fatto e che mi ha insegnato tanto un mondo del pop, con quello che faccio io. L’errore mi aveva ancora per qualche secondo scalzata fuori dalle mie stesse canzoni: avevo delle belle melodie e degli slogan molto acchiappa sorrisi, ma dov’era Giorgieness? Parlo in terza persona perché con Giorgieness io intendo anche la parte più vera e libera di me.

Non c’era, allora via l’armatura con la quale avevo fatto qualche battaglia per tornare a sentirmi me stessa e fuori la pancia, l’anima per rimanere in tema. È una parola che ha girato in quasi tutte le canzoni e che dava il titolo all’album per molto prima di scegliere Mostri (questo album si è chiamato Anima in Piena per quasi un anno e mezzo).

Quello che vi lascio è il mio modo di dire a me stessa svegliati, puoi fare di più e soprattuto meglio. 

Il tempo è comunque sempre relativo e sfuggente, cerco di non programmare nulla a più di un mese di distanza.

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Nicholas Tasin
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